Parcheggiare la macchina a cinque anni

Verso le otto stavo con le orecchie tirate. Quando sentivo il motore della macchina di mio padre e lo sfrigolare della ghiaia sotto le ruote in cortile mi precipitavo fuori. Mia madre mi veniva incontro traballante sui pacchi per darmi un bacio, mio padre in piedi accanto alla vettura ancora moto teneva spalancato lo sportello e diceva: forza. Io salivo al posto di guida, il sedere appoggiato al sedile, le mani sul volante, elettrizzata.  Mia nonna si faceva sulla porta asciugandosi le mani nel grembiule. Non state a fidarvi, diceva con l’aria di chi racconta di aver predetto invano. Mia mamma intanto andava avanti  e apriva la porta del garage. La portiera era stata richiusa, il volante vibrava sotto le mie mani. Guardavo il cambio in folle e poi il rettangolo illuminato in fondo al cortile, respiravo l’odore di pelle dei sedili. Ero da sola dentro l’abitacolo.

Pronta?, diceva mio padre. Quando dico frena, devi frenare, ha capito? Quando dico frena, tu freni. Va bene?
Facevo di sì con la testa e lui cominciava a spingere.
Questo rituale si era ripetuto uguale ogni giorno per diversi mesi. Poi, una sera, mentre stringevo il volante e mio padre spingeva la macchina attraverso il cortile buio e la porta illuminata si faceva sempre più grande e vicina, ho avuto un pensiero diverso.

Ho pensato, cosa succede se non freno? Ero già entrata con il muso dentro la rimessa e la targa  della Cinquencento  di mia mamma, parcheggiata come sempre là davanti, si faceva pericolosamente vicina.
Mio padre dice: frena. Lo dice tranquillo, fiducioso. Ma io nella mia piccola testa ho già deciso che stavolta non premerò il piede sul pedale. Voglio vedere cosa succede se non lo faccio. Il tempo in cui dovrei fare quello che sto facendo trascorre lento, eccitante.
Frena!, grida mio padre che ha smesso di spingere la macchina. Frena!!

La botta e il rumore di vetri infranti mi colgono di sorpresa. Mio padre corre davanti imprecando, guarda i fanalini rossi della Cinquento in pezzi, accarezza l’ammaccatura sulla sua macchina,  su quella di mia mamma.  Poi gira la sua faccia paonazza verso il parabrezza. I miei occhi incontrano i suoi. Caterina, dice apparentemente calmo, il nervoso tradito solo dalla contrazione ritmica della mascella. Io apro la portiera, scendo e corro, corro, corro scartando mia mamma sulla porta del garage che allunga una mano per fermarmi. Se la prendo la ammazzo!, urla mio padre.
Io corro in casa.

Cos’hai combinato, bambina?, sussurra mia nonna mentre  salgo le scale di corsa e vado a nascondermi sotto il suo letto. Un momento dopo c’è mio padre che urla di sotto. Sento mi a mamma che che dice lasciala stare, chissà cosa le è passato per la testa.

Nessuno mi viene cercare. Resto per tutta la sera accovacciata  al buio accanto al vaso da notte dei miei nonni. Dovessi dire adesso quello che ho provato allora, adesso che ho un po’ più di dimestichezza con i sentimenti e che ne so riconoscere tre o quattro, direi fame. E poi direi sorpresa e sgomento. Sorpresa perchè non credevo di avere il potere di far accadere qualcosa. Sgomento perché era la prima volta che tradivo qualcuno.

[Susanna Bissoli, Caterina sulla soglia, Milano, Terre di Mezzo, 2009, pag. 5]